Uno dei padri del movimento racconta tecniche e strategie del “giardinaggio sovversivo” e senza confini, che trasforma in luoghi verdi gli spazi pubblici abbandonati. E svela come riconoscere un giardino libero d’assalto. Testo Richard Reynolds.

La vita germoglia in un paesaggio che appare morto. Può non essere evidente. La vita cui mi riferisco è la reazione sempre più frequente di chi vive in luoghi che i normali commentatori descriverebbero come un cimitero economico, un deserto culturale o ecologicamente sterile. Questa vitale – e feconda – attività è il guerrilla gardening, il giardinaggio d’assalto: la coltivazione illecita del terreno altrui. È un movimento in crescita, che nasce sulla carcassa di un ambiente inadeguato per chi ci vive. Le varie forme in cui si presenta riflettono lo scarto tra ciò che lo spazio offre e le esigenze dei residenti. Come un ecologo che studia un territorio selvaggio vulnerabile, vi invito a imparare a scoprire le “specie tipiche” del giardinaggio d’assalto e ne descrivo qui due: i guerrilla garden del paradiso e i guerrilla garden di protesta.
L’espressione più diffusa del guerrilla gardening è legata a uno spazio urbano fisicamente devastato, in cui un’economia locale in crisi si rivela nell’abbandono e nell’abuso di terreni privati dimenticati e spazi pubblici trascurati. Nel 1973 il guerrilla gardening si diffuse a New York con la presa di possesso del territorio da parte dei residenti locali. Le loro sporadiche e sperimentali “bombe di semi” (lanci di sementi di fiori selvatici in una mistura di terriccio argilloso, compost e acqua) nel bel mezzo del caos si svilupparono in più ambiziosi progetti di realizzazione di aiuole, prati e laghetti: paesaggi vivi dove riposarsi e consumare i pasti. Sono i guerrilla garden del paradiso. Dovunque si trovino, la loro estetica riflette il repertorio dei sogni dei residenti in fatto di spazio: sogni che di solito cercano di rispondere a una vita di sprechi e di isolamento familiare da affollamento, nonché alla disponibilità – spesso limitata – delle risorse.
Questi spazi cercano di ritagliare un’oasi comunitaria e di esprimere la varietà delle voci sottesa alla loro creazione: il risultato è un fitto accumulo di idee colturali, la parcellizzazione in minuscoli lotti di grandi spazi, il riuso di segni architettonici eterogenei, un luogo pubblico per incontrare gli altri. Quando riescono a dimostrare di essere importanti (il che dipende in gran parte dalle autorità e dalla capacità di persuasione dei giardinieri guerriglieri) i guerrilla garden del paradiso si sviluppano diventando giardini pubblici popolari autorizzati e sopravvivono alle pressioni edilizie che nascono quando il pendolo dell’economia locale inverte la sua oscillazione. Più grande è il giardino, più depauperata era la situazione economica all’epoca del suo impianto e più disperato il bisogno di spazi verdi comuni dei residenti (che la disperazione riguardasse le loro aspirazioni intellettuali oppure quelle materiali). Oltre che a New York, ho visto questi giardini del paradiso anche in Europa. Nel quartiere berlinese di Kreuzberg un residente turco si è impadronito di un terreno abbandonato a Bethaniendamm, presso il sito dell’ormai da tempo scomparso Muro, e ci ha impiantato un orto. A Brighton, in Inghilterra, l’anno scorso i residenti hanno fatto irruzione nel recinto di una pompa di benzina abbandonata e hanno creato un giardino delle dimensioni di un campo da tennis piantando i semi sulle barricate di cemento destinate a impedire alla gente di usare quello spazio e portandoci terriccio e trucioli per ammorbidire il carattere brutale dello spazio.
I giardini del paradiso sono maggiormente diffusi su una scala minore, come aiuole da attraversare – da cui trarre alimenti vegetali o piacere estetico – e non per una sosta. È la forma principale che il mio giardinaggio d’assalto ha assunto nei cinque anni e mezzo di attività nel centro di Londra. A poco a poco, ho ripiantumato lussureggianti aiuole fiorite intorno al mio condominio con una miscela casuale e colorita di cespugli, piante erbacee e annuali robuste, secondo quello che mi capitava sotto mano (molte piante erano scarti di giardini privati). Con l’aiuto di parecchie altre persone ho zappato spartitraffico erbosi trasformandoli in fragranti campi di lavanda (Lavandula angustifolia). Da Milano guerrilla gardener mi hanno mandato foto di squallide rotonde stradali che hanno piantato a bosso (Buxus sempervirens) e bulbacee, e molti altri esempi sono documentati nel sito guerrillagardening.org.
anche una risposta alla desertificazione culturale. Il guerrilla gardening di protesta è una presa di posizione contro uno spazio altrimenti ufficialmente controllato e spesso sterile. In questo paesaggio lo spazio verde pubblico e curato può essere abbondante, ma ancora insufficiente per le esigenze locali di alcuni. Questa forma di giardinaggio guerrigliero mira a un intervento creativo diretto nel paesaggio, che si tratti di un’aiuola fiorita strutturata pubblica o di un minuzioso giardino privato. Nella loro qualità di graffiti vegetali queste forme di protesta di solito sono più raffinate dei murali dipinti con le bombolette, ma in certi casi non meno provocatorie. A Brisbane, i guerriglieri verdi hanno lavorato in un prato davanti alla sede del governo regionale del Queensland per piantare un orto istantaneo, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla scelta politica dello Stato di trasformare terreni agricoli in miniere di carbone a cielo aperto. A Parigi, hanno usato la tecnica dei “graffiti di muschio” (che consiste nell’appendere ai muri zolle di muschio formando parole e figure) raffigurando un girasole e il logotipo “G.G.” per celebrare la Giornata internazionale di azione per il clima 2009 (guerilla-gardeningparis.blogspot.com). Di recente ho conosciuto una guerrigliera del verde che mi ha raccontato come sparga semi di papavero della California (Eschscholzia californica) nei giardini privati di fronte alle abitazioni monofamiliari, che secondo lei dovrebbero avere un aspetto selvatico. Non tutti i guerrilla garden di protesta riguardano rivendicazioni ambientaliste: in Inghilterra Paul Harfleet pianta pansè (Viola tricolor) intorno agli alberi lungo i marciapiedi di Manchester e nella piazzola di cemento del Queens Walk di Londra per segnalare i luoghi dove si sono verificati episodi di omofobia violenta (thepansyproject.com), mentre Heydon Prowse la primavera scorsa ha zappato il prato di un politico inglese e vi ha piantato un’aiuola fiorita per protestare contro le eccessive spese del deputato. La differenza formale tra il guerrilla gardening di protesta e i guerrilla garden del paradiso è evidente. Il primo di solito non mira alla durata ed è un’attività che non è nemmeno giardinaggio nel comune senso della parola, ma semplice “composizione floreale”. Si tratta di un fatto momentaneo invece che di un luogo di incontro, del mattino che segue a un’incursione notturna e dell’occasione di scattare foto invece che di un’ordinaria componente di vita.
Le esplosioni vitali che ho descritto indubbiamente non sono che le risposte consequenziali di persone frustrate dal carattere morto dell’ambiente urbano che le circonda. Il rispetto della legge naturalmente è un grande ostacolo che impedisce l’espressione personale tramite la disseminazione di piante nel paesaggio pubblico, ma l’esperienza mi ha dimostrato che questo timore della proprietà è un fantasma del pessimismo più che una realtà. Il guerrilla gardening si riscontra dove un individuo o un piccolo gruppo di persone sono abbastanza fantasiosi, candidamente provocatori e soprattutto ottimisti tanto da creare giardini senza badare a confini.
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